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Conflitto generazionale

Quale significato possiamo attribuire, oggi, al conflitto generazionale? La letteratura ci insegna che gli scontri generazionali ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Colpa dell’evoluzione che, per il punto di vista di chi ha qualche anno in più, sembra essere più un’involuzione.

Il gap generazionale, o conflitto generazionale, altro non è che il divario di idee messe a confronto fra generazioni

Oggi verrebbe definito conflitto generazionale fra Boomers e Millennials.
Il divario di idee genera conflitti e incomprensioni. Può creare una barricata fra padri e figli. Una netta separazione costituita da un linguaggio differente, riferimenti culturali in antitesi e un modo di approcciarsi alla vita in completa dissonanza.

Come si può pretendere una simbiosi di idee e comportamenti fra generazioni che hanno vissuto periodi completamente diversi?

conflitto generazionale

Vivere un’epoca differente vuol dire confrontarsi con una realtà che ha subito un profondo cambiamento. Senza andare troppo lontano, 20 anni fa non avremmo immaginato che i nostri figli avrebbero trascorso gran parte della loro giornata con lo sguardo dentro uno smartphon, che avrebbero acquistato tutto, o quasi, su Amazon, senza l’impegno di andare in centro città, in giro per i negozi. Chi avrebbe mai pensato che ci sarebbero stati migliaia di “fattorini” in bici o motorino a portare del cibo di ogni tipo ordinato dal divano di casa con un’applicazione? E per finire, ma potrei continuare a oltranza, come potevamo sapere che ci sarebbero state intelligenze artificiali in grado di rendere ogni creazione immediata e senza sforzi. Per un padre, tutto questo rappresenta un eccesso dal quale non si può più tornare indietro, innovazioni che spengono l’ingegno, le passioni, la voglia di confrontarsi guardandosi negli occhi. Per un figlio, è la normalità, una normalità che nasconde controindicazioni che, ahimè, si paleseranno a tempo debito.

Paolo Crepet: “il conflitto generazionale è sano e auspicabile”

Sei d’accordo con lo psichiatra, sociologo, saggista e opinionista italiano? Scrivilo nei commenti…

Prendiamo come esempio la musica! Quest’arte ha influenzato e continua a influenzare generazioni che si susseguono

conflitto generazionale

Stile di vita, abbigliamento, motti rivoluzionari, comportamento. Appartenenza a una categoria, almeno per qualche aspetto. I musicisti che si sono susseguiti negli anni hanno influenzato le generazioni in modo diverso. Mio padre amava Adriano Celentano. Questo personaggio un po’ ambiguo, rude, a suo modo affascinante. Oggi possiamo definirlo un influencer degli anni 70, con le sue ideologie rivoluzionarie. Io, invece, cresciuto negli anni 80/90, ho subito l’influenza del rock che, a parte Vasco Rossi in Italia, ha generato gruppi storici come i Queen, i Dire Straits, i Guns N’ Roses. Nato nel 2000, mio nipote è stato influenzato dai Linkin Park, dai Muse, una corrente musicale che amava mischiare i generi. Per arrivare fino ad oggi in cui gli influencer della musica sono trapper con il viso tatuato che sfoggiano collane d’oro e macchine di lusso. Artisti che hanno fatto un copia e incolla, dello stile di vita che facevano i rapper nel Bronx di New York negli anni settanta. In poche parole, un ritorno alle origini!

Nel libro “Gli ULIVI” l’autore Annibale Falato, costruisce la trama sul conflitto generazionale che mette a confronto ben quattro generazioni nell’arco di un secolo!

INTERVISTA AD ANNIBALE FALATO

intervista sul conflitto generazionale

Avvocato e scrittore… Ha recentemente pubblicato la sua quarta opera “GLI ULIVI”. In questa breve chiacchierata vorremmo scoprire qualcosa in più dell’autore, come persona, ma soprattutto vorremo porgli la domanda da UN MILIONE DI DOLLARI!
Buongiorno ad Annibale Falato. Innanzi tutto raccontaci un po’ di te…

Sono nato nel 1955 a Guardia Sanframondi, un piccolo paese del Sannio. Ho una deliziosa moglie, due splendidi figli e sei favolosi nipoti e esercito la professione di avvocato a Roma da quasi quarant’anni. Fino a quando ho potuto, ho fatto sempre sport di ogni tipo, mi piace molto camminare nella natura e adoro gli animali. Amo cucinare. Sono appassionato di musica, principalmente di quelle degli anni settanta. Suono il flauto traverso e la chitarra e ho molti amici, sia a Roma che al paese, con i quali organizziamo delle divertenti serate dove si mangiano cose squisite e si canta e suona insieme; ovviamente il tutto accompagnato da ottimo vino prodotto dai miei amici.

Quindi, al tuo curriculum, potremmo aggiungere musicista e organizzatore di feste! Ma torniamo alla scrittura. Quando e perché, qualora ci fosse un motivo specifico, hai cominciato a scrivere?

Per anni ho dovuto scrivere citazioni, comparse di costituzione, memorie difensive e comparse conclusionali. Per far sì che i giudici leggessero attentamente e capissero bene quello che scrivevo, ho dovuto acquisire uno stile chiaro e sintetico. Tuttavia, non avevo mai pensato a scrivere romanzi. Ho cominciato per caso, nel 2018, scrivendo dei brevi racconti su face book attingendo dai miei ricordi. Mi ci sono subito appassionato in quanto le storie sembravano uscire fuori da sole, senza alcuno sforzo quasi come se fossero state già scritte nella mia mente. Ad un certo punto mi è sembrato di averlo fatto da sempre. I miei amici hanno apprezzato il modo di scrivere e mi hanno incoraggiato a proseguire. Allora ho scritto racconti sempre più lunghi tanto che, ad un certo punto, li ho dovuti dividere in più parti. Ad un certo punto ho iniziato un racconto che, senza accorgermene, si è protratto per circa un anno con pubblicazioni settimanali. Una volta finito, mi è stato consigliato di sistemarlo e di proporlo a qualche casa editrice in quanto, a detta di chi lo aveva letto, ne valeva la pena. Poco convinto, l’ho fatto. Dopo un mese circa , sono stato contattato dalla casa editrice alla quale lo avevo mandato che mi ha comunicato di essere interessata a pubblicarlo in quanto hanno ritenuto il racconto “particolarmente adatto all’intrattenimento”. E così è nato “Storia di Antonio della Portella”. A questo sono poi seguiti altri tre romanzi e, a luglio, verrà pubblicata la terza ed ultima parte di “Storia di Antonio della Portella” che è diventata una trilogia.

Come ti organizzi per trovare il tempo da dedicare alla scrittura e, effettivamente, quanto tempo dedichi alla stesura del testo?

Ancora lavoro e il tempo da dedicare alla scrittura è poco. In genere, due o tre volte a settimana, per un paio di ore, da mezzanotte alle due, quando c’è assoluto silenzio. Per scrivere ho bisogno di “entrare” nel racconto in prima persona, di viverlo, e quindi non devo essere distratto da nulla.

Dentro le storie che scrivi quanto c’è della tua esperienza personale? Cosa c’è di vero?

Mi piace immedesimarmi nei protagonisti delle mie storie. Pertanto, i loro ragionamenti e le loro considerazioni sono i miei così come il modo di agire di fronte a certe situazioni. Per i contenuti, faccio molto riferimento alle mie esperienze personali, ai miei ricordi e a quanto mi è stato raccontato dai miei nonni e dai miei zii. Inoltre, ho la fortuna di potere attingere dai casi più interessanti nei quali i miei diversi assistiti si sono trovati coinvolti.

Da cosa nasce il titolo “Gli ulivi” ha un significato particolare?

L’ulivo è, per antonomasia, una pianta forte, longeva e fruttifera. Personalmente ne sono stato sempre molto affascinato. Nel racconto ha un’importanza particolare in quanto, nella famiglia protagonista della storia, quando nasce un figlio maschio, il padre pianta un ulivo che crescerà con il figlio e del quale questo, dovrà avere sempre cura. E’ una tradizione familiare ma anche un augurio di prosperità e salute.

Su questo articolo abbiamo parlato di conflitto generazionale. Ci vuoi anticipare qualcosa sul contenuto del tuo libro ‘Gli ulivi’ ?

Da sempre esiste lo scontro generazionale tra padri e figli. Si tratta, in realtà, di incomprensioni causate dal diverso punto di vista dal quale i problemi e le circostanze vengono osservate. Incoscienza ed istintività da una parte, ponderatezza e razionalità dall’altra. L’età costituisce lo spartiacque e nulla può eliminarlo. Non tutti, però, sono in grado di rendersi conto di ciò e di riuscire a gestire la cosa e, spesso, vengono commessi gravi errori, dall’una o dall’altra parte, che possono comportare danni irreversibili sia per quanto riguarda i rapporti personali sia per quelli affettivi. Nel romanzo, ognuno dei diversi protagonisti affronta la problematica in base al periodo storico nel quale si trova facendo quello che possibile per affermare la propria personalità ed il proprio carattere. In ogni caso lo farà in una doppia veste; una volta da figlio ed un’altra da padre. L’ultima parte è per me la più coinvolgente e sentita in quanto legata alle mie esperienze personali e alla dura lotta che ho dovuto fare, contro tutto e contro tutti, per affermare la mia personalità e il mio carattere.

Come hai vissuto, da figlio, e come stai vivendo, da padre, il conflitto generazionale?

Da figlio, forse per il momento storico nel quale ho vissuto la mia infanzia e la mia adolescenza, è stato un periodo difficile. Un ambiente ostile, un padre autoritario, un sistema educativo basato sulle punizioni corporali e una scuola antiquanta, hanno costituito grossi problemi da superare. Traumi, frustrazioni, delusioni e rabbia si sono alternati vicendevolmente. Tuttavia, con coraggio e determinazione, in qualche modo ne sono uscito fuori. Le avversità hanno forgiato un carattere forte e resiliente. Alla fine dei conti, considerati i risultati, è andata bene così. Da padre, negli anni ottanta/novanta, con i miei figli mi sono dovuto adattare ai tempi. Niente punizioni. Molto amore ma anche molta fermezza. I risultati, anche in questo caso, sono stati ottimi. Quello che penso di avere capito dalla mia esperienza personale e da quella dei miei avi, è che il rapporto padre e figli, per funzionare bene, non può e non deve essere amicale; verrebbe meno quel rispetto che è necessario che ci sia per potere guidare ed educare i figli ovverosia, per farsi ascoltare. Tra padri e figli ci deve essere sempre quel legame speciale di affetto che, però, è unico e diverso da qualsiasi altro.

Quindi, a proposito di con qual è il messaggio che vorresti portare ai tuoi lettori con questa tua opera?

Il messaggio che vorrei dare è che i figli si educano con l’esempio e non con le ramanzine o le prediche. I genitori sono i punti di riferimento dei figli che a loro guardano per orientarsi ed ispirarsi. Anche se nella fase adolescenziale, quella più delicata, può sembrare che non ascoltino, non è così. In seguito, raggiunta la maturità, faranno tesoro di tutto quello che hanno visto e appreso. Dobbiamo dargli fiducia. Ogni albero darà il suo frutto e non altro.

Hai pubblicato 4 opere. Hai intenzione di continuare questa esperienza? Cosa bolle in pentola?

Oramai mi è venuta una vera passione per lo scrivere. Mi viene spontaneo e lo faccio con piacere. Oramai ho quasi settant’anni e, dovendo rallentare con il lavoro, quindi mi dedicherò sempre di più alla scrittura. Per il momento ho appena finito si scrivere la terza ed ultima parte di “Storia di Antonio della Portella”, che verrà pubblicata a luglio. Una volta che avrò esaminato le versioni editate che la casa editrice mi invierà e avrò dato il “placet” per la pubblicazione, mi dedicherò a scrivere un’altra storia della quale, in verità, ho già scritto alcuni capitoli. In ogni caso saranno sempre racconti di periodi che ho vissuto in quanto, come ebbe a dirmi una mia severissima professoressa di lettere, oramai scomparsa: “Bisogna sempre scrivere di quello che si conosce altrimenti non si riesce a rendere l’idea e a coinvolgere il lettore”.

Ecco la domanda da 1 milione di dollari. E cioè quella che ogni scrittore dovrebbe porsi. Perché i lettori dovrebbero scegliere di acquistare e leggere il tuo libro Gli ulivi?

“Gli Ulivi” , oltre ad essere una sorta di eredità storica e morale per le nuove generazioni, contiene molti spunti per riflettere sui comportamenti e sugli atteggiamenti da assumere o meno sia come padre che come figlio. Inoltre, grazie alle esperienze descritte, fornisce una sorta di guida per affrontare i diversi problemi che potrebbero insorgere nel rapporto tra padre e figlio. E’ un libro da far leggere ai propri figli; potrebbero, grazie a questo, meglio rapportarsi con i propri genitori e viceversa. Può costituire un argomento di confronto e di discussione. Inoltre, oltre ad essere interessante, è molto coinvolgente ed è scritto in maniera scorrevole, senza periodi eccessivamente lunghi o tortuosi. Ne vale la pena.

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